Immagino la sorpresa di chi ha appena letto il titolo di questo articolo: come?! L’autoinganno!
Eccomi allora a spiegare.
Abbiamo già commentato come la profezia autoavverante sia una vera e propria carta vincente nel percorso di coaching, poiché se il cliente (coachee) crede qualcosa di sé stesso, poi farà seguire dei comportamenti che andranno a confermare quello che crede (carta vincente se ovviamente ciò che crede è positivo).
Su questo meccanismo si basa anche la tecnica del “come se”, ovvero mi comporto come se fossi quella persona che ottiene dei risultati da me desiderati e agendo come lui, li conquisto a mia volta o quanto meno mi avvicino notevolmente ad essi.
Lo psicologo italiano Nardone riprende questi concetti chiamandoli con un altro nome, quello appunto di autoinganno e così si esprime, riferendosi a Jon Elster, un filosofo e sociologo norvegese, studioso di dinamiche sociali: Elster arriva a definire l’autoinganno, nel processo e formazione delle credenze, come la tendenza a «identificare la realtà con i propri desideri». Questa affermazione gli fa prendere una netta distanza dagli assunti più tradizionali che considerano l’autoinganno come l’effetto della debolezza della volontà o dello scarso controllo dell’impulsività, e gli permette di capovolgere la prospettiva storica assumendo l’autoinganno come causa dell’origine e mantenimento di credenze e relativi comportamenti.
In poche parole, quello che desidero essere vero, lo attuo e diventerà vero! Magia? No, semplicemente una forte convinzione. Un esempio fra tutti è stato il pugile Cassius Clay, poi divenuto Muhammad Alì, che affermava di sé stesso: «Io sono il più grande, l’ho detto prima ancora di sapere che lo fossi».
Credere questo, in qualche maniera è autoingannarsi, però ciò ha messo in moto la sua volontà a diventare ciò che egli già credeva di essere, infatti, C. Clay sosteneva: «È la ripetizione delle affermazioni che porta a credere. E quando il credere diventa una convinzione profonda le cose iniziano ad accadere». Certo non è solo qualcosa di semplicemente creduto, pensato, è anche agito: «i campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione».
Ecco perché dirà: «ho odiato ogni minuto di allenamenti, ma mi sono detto, “non smettere. Soffri ora e vivi il resto della tua vita come un campione”».
In ultima analisi, chissà se potremo dire insieme a lui: «è la mancanza di fede che rende le persone paurose di accettare una sfida, e io ho sempre avuto fede: infatti, credo in me».

